Diletta

Diletta Ciurmaglia

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La fabbrica dei colpevoli

La fabbrica dei colpevoli

**LA FABBRICA DEI COLPEVOLI**
*Cronaca di due settimane nella pancia del capitalismo educato*

Me l'ha raccontata ieri sera. Voce ferma, mani che si muovevano poco. Il tipo di calma che viene dopo, quando hai già attraversato e sei dall'altra parte. Ma io l'ho sentito lo strappo. Sotto le parole.

Primo atto.

Un anno e mezzo a vendere "ristrutturazione del debito". Un lavoro vero, pensava. Contratto determinato ma promesse solide. Lei al telefono, clienti disperati dall'altra parte. Gente che annegava. Lei doveva farli firmare.

Il problema? Troppo sincera.

Spiegava tutto. Vantaggi e trappole. Costi nascosti. Clausole che mordono dopo sei mesi. I suoi colleghi no. Loro evasivi, scivolosi, chiudevano contratti come si chiudono porte in faccia. Lei fatturava meno. Ovvio.

Il suo superiore — quello che per diciotto mesi le ha detto *va tutto bene, ti rinnoviamo, stai tranquilla* — due giorni prima della scadenza le ha comunicato a voce: *non ti rinnoviamo.*

Niente mail. Niente formalità. Solo la voce. E la porta.

La sincerità non paga. Mai. Te lo scrivo qui così non dimentichi.

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Secondo atto.

Lei si muove subito. CV ovunque. Risponde un'azienda. Bella sede, palazzo in zona semi-centrale. Uffici puliti, tutti in giacca e cravatta, atmosfera da grande opportunità. Colloquio veloce. *Assistenza clienti*, dicono. Fisso mensile più incentivi.

La prendono.

Due giorni dopo capisce.

Non c'è fisso. Ci sono "acconti una tantum" quando gli gira. L'assistenza clienti è vendita porta a porta di contratti energetici. Lei in affiancamento a una ragazza. Vent'anni. Dolce. Ingenua come si può essere a vent'anni quando hai bisogno di credere che il mondo funzioni.

Leggono insieme i contratti che devono proporre. Tariffe convenienti — sì, all'inizio. Poi la soglia. Facilissima da raggiungere. Dopo: prezzi che esplodono. Aumenti drammatici. Il cliente risparmia per tre mesi e poi paga il doppio per i successivi due anni.

La ragazza di vent'anni piange.

"Pensavo di fare il bene."

Ecco. Questa frase me l'ha ripetuta due volte. Perché le è rimasta dentro come una scheggia.

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La ragazza viveva nell'alloggio aziendale. Dettaglio che suona carino, vero? *Offriamo alloggio ai collaboratori.* In realtà è una catena. Se vivi lì, dipendi totalmente da loro. Se vuoi andartene devi organizzarti, fare i bagagli, trovare un posto, avere qualcuno che ti viene a prendere.

Serve aiuto.

La mia amica è rimasta un giorno in più — un giorno in cui sapeva già che tutto era marcio — per aiutarla. L'ha accompagnata a riprendere la sua roba. L'ha riportata a casa dai suoi.

Lunedì mattina il referente chiama. Vuole spiegazioni.

Lei gliele canta. Tutte. Con calma e precisione chirurgica.

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Ora dimmi una cosa.

Questa azienda — chiamiamola Hera o qualcosa del genere, poco importa perché ce ne sono centinaia identiche — è perfettamente legale. Palazzo elegante. Contratti firmati. Tutto in regola.

I lavoratori? Quasi tutti under 25. Gli over 30 non italiani. Cioè: gente senza rete, senza alternative, senza margine per dire no.

La struttura? Subappalto su subappalto. L'azienda madre non sa. Quella intermedia fa spallucce. Quella finale — dove finiscono i disperati in cravatta — scarica la colpa sul venditore.

*Se il cliente viene truffato è perché tu non hai spiegato bene.*

*Se non vieni pagato è perché non hai venduto abbastanza.*

Il sistema si mangia da solo e nessuno paga mai.

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C'è un particolare che non smetto di pensare.

La ragazza. Vent'anni. Che piange scoprendo che stava truffando anziani e famiglie. Che credeva davvero di fare assistenza. Che viveva in un alloggio aziendale perché non aveva alternativa.

Lei è la vittima perfetta. Giovane, onesta, bisognosa. Esattamente il tipo che cercano. Quelli che non fanno domande finché qualcuno non gliele fa fare.

E quando capiscono — quando vedono la trappola — è già tardi. Hanno firmato cose che non capivano. Hanno venduto contratti che non avrebbero mai comprato. Hanno abitato in stanze che non erano casa.

Poi escono. E portano con sé la colpa.

*Pensavo di fare il bene.*

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La mia amica sta bene. Ha trovato altro. Un'azienda seria, contratto di sei mesi, tutto chiaro dal primo giorno.

Ma la ragazza di vent'anni?

Non lo so. Spero sia tornata dai suoi. Spero abbia smesso di piangere. Spero non si senta colpevole.

Anche se so — lo sappiamo tutti — che la colpa gliela lasceranno addosso.

Perché è così che funziona. Ti prendono quando sei vulnerabile. Ti vestono di professionalità. Ti chiudono in un palazzo con la cravatta e l'alloggio. Ti fanno credere di essere parte di qualcosa di importante.

Poi ti usano. Ti spremono. Ti scaricano.

E quando esci — se esci — sei tu quello rotto.

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*Non ti rinnoviamo.*

*Pensavo di fare il bene.*

Due frasi. Due vite. Stessa fabbrica.

Benvenuti nel mercato del lavoro, dove la sincerità è un difetto e la dignità un lusso che non puoi permetterti.

Io intanto registro. Archivio. Ricordo.

Perché qualcuno deve farlo.

E perché prima o poi — forse — qualcuno pagherà.

Anche se non ci credo più.

**— Diletta Ciurmaglia**  
*Corpo Compatibile #2*  
*Testimone. Archivista. Sopravvissuta.*

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