Il contagio sbagliato
A settembre, subito dopo aver ribattezzato antifa "organizzazione terroristica interna", il governo degli Stati Uniti ha messo per iscritto l'elenco delle cose da sorvegliare per il bene dell'America. Si chiama NSPM-7, e ha lo stile abulico e sicuro di sé di chi non dubita mai: allinea anti-americanismo, anti-cristianità — parole che fanno quasi ridere — e poi, senza cambiare tono, come fossero la stessa cosa, ci infila l'anti-capitalismo e l'antifascismo. Non la violenza: quella no. Essere contro il libero mercato. Essere contro il fascismo — che poi, se uno lo dice fino in fondo, vuol dire essere contro una dittatura: è questo che finisce nell'elenco delle minacce. Duecento task force dell'FBI, quelle vere, quelle che dovrebbero rincorrere chi le bombe le mette per davvero, dirottate a cercare chi radicalizza la gente contro il capitalismo — come se il capitalismo fosse una fede, una razza, una frontiera. Come se avesse bisogno di guardie del corpo armate.
E in questa lotta contro i fantasmi, patetica e pericolosa nella stessa misura, l'Italia di Meloni fa la sua parte.
Perché a luglio Washington ha allestito il suo vertice sul "terrorismo rosso", la crociata globale contro una sinistra che non esiste più da nessuna parte se non nella testa di chi la teme, e l'Italia ci è andata. Con la coda tra le gambe, questo sì: la Farnesina che prima storce il naso, poi Palazzo Chigi che decide di non lasciare la sedia vuota e ci spedisce non un ministro, per carità, ma un sottosegretario, il livello esatto per esserci senza esserci, l'inchino che si vergogna un po' ma s'inchina lo stesso. La sottomissione col guanto bianco. L'opposizione grida, giustamente, e nessuno raccoglie.
Vale la pena fermarsi sull'assurdo, perché è compiuto, e non chiede commenti.
Sulla carta l'Italia è il Paese che il fascismo l'ha sepolto nel '45, che ci ha scritto sopra una Costituzione, che ogni aprile fa la sua festa. Sulla carta. Perché poi al governo ci arriva un partito che dal Movimento Sociale non ha mai divorziato per davvero, alla presidenza del Senato ci siede uno che il fascista lo faceva anche coi pugni..la fiamma tricolore nessuno si è mai preso la briga di spegnerla del tutto. Il fascismo, qui, spazzato via non è mai stato: è stato messo in cantina, a stagionare, e la cantina ha sempre avuto le scale. I partigiani lo sanno. I giudici lo sanno. I costituzionalisti lo sanno. Ma la maggioranza degli italiani, forse, non lo sa, o forse lo sa e non gliene importa più niente, o forse gliene importa ma preferisce non pensarci perché il governo ha abbassato le tasse sulle ristrutturazioni e questo, oggi, è più urgente. Questo è il Paese che spedisce un uomo a un vertice contro l'antifascismo. Non tradisce niente. Continua. Fa la cosa più coerente che gli riesca.
Ed è la logica portata fino in fondo, fredda come un referto: l'antifascismo, in ottant'anni tondi, è diventato una voce nell'elenco del terrorismo internazionale. La cosa su cui, a parole, mezzo mondo si è rimesso in piedi dopo il '45 è oggi un'aggravante.
Ma la sottomissione vera non è quella del sottosegretario che prende l'aereo. È più in basso, ed è una cosa che ci siamo bevuti fino in fondo senza quasi accorgercene: la paura. Perché in Italia, oggi, l'insulto che brucia non è più fascista — quello lo si dice con una scrollata di spalle, è diventato quasi un colore come un altro, una simpatia di gioventù, un'opinione tra le opinioni. L'insulto che ti marchia è comunista. La sinistra è morta stesa, prona all'America come non lo è mai stata, e intanto mezzo Paese ha imparato a sputare quella parola con lo stesso ribrezzo con cui la sputano oltreoceano. Il terrore l'abbiamo importato all'ingrosso, coi dazi e senza. E il terrore, se lo risali controcorrente fino alla sorgente, ti porta sempre nello stesso posto: l'americano medio.
Perché lì, alla fonte, il comunismo non è un'opinione: è il diavolo in persona. Una parola che è ancora il carro armato nella neve, la fila per il pane, la fine di tutto. La combatte con una devozione da crociato, la vede ovunque, la fiuta nel professore, nel vicino, nel figlio che torna dal college con le idee storte. E intanto — qui il coltello entra e gira — intanto vive dentro il capitalismo che gli sta crollando sotto i piedi, e non lo vede, oppure lo vede e chiama la voragine col nome sbagliato.
Ha tre lavori e non arriva a fine mese. Ha un'assicurazione sanitaria che lo molla esattamente nel momento in cui si ammala. Ha un debito che si porterà nella bara, una casa che non comprerà mai, un affitto che gli mangia metà di quello che guadagna facendo consegne per un'app che lo licenzia con una notifica. Il suo tenore di vita è più basso di quello di suo padre operaio, che con un solo stipendio teneva su quattro figli e una villetta. È povero, di una povertà nuova che ha lo smartphone ultimo modello e il frigo vuoto. E ha più paura di Marx che del suo padrone di casa. Forse perché Marx, a differenza del padrone di casa, non gli ha mai concesso una proroga sull'affitto. Forse perché il nemico astratto è più comodo di quello concreto. O forse — e questa è l'ipotesi più inquietante — perché il padrone di casa, alla fine, è un americano come lui, e odiare uno come te è più difficile che odiare un'idea. Difende con le unghie il sistema che lo sta digerendo lento, perché gli hanno insegnato che il nemico sta dall'altra parte, sempre dall'altra parte, mai sopra la sua testa.
Il capitalismo terminale ha convinto il suo malato che la malattia sia l'antidoto.
È il trucco più vecchio del mondo, e funziona ancora, meglio di prima. Ha attraversato l'oceano e ha messo radici in un Paese che dal fascismo si era dichiarato guarito, e che ora si presta, mansueto, a rimetterlo in circolo chiamandolo sicurezza. Anche nel più marcio dei domini che si possano attraversare, dove qualcuno aveva deciso a tavolino cosa fosse reale e cosa no, nessuno aveva mai avuto la faccia tosta di prendere l'antifascismo — la parola, non il partito né la bandiera: proprio l'essere contro il fascismo — e infilarlo nell'elenco delle minacce.
Gira ancora, da qualche parte, la foto di un ragazzo del '44 con l'elmetto storto, spedito a farsi ammazzare in un posto che non sapeva indicare su una carta. Non è morto per la libertà di nessuno — in guerra non muore mai nessuno per la libertà di nessuno, si muore e basta, di qua e di là, ed è sempre la stessa oscena idiozia. Solo che allora il fascismo, per sedersi al tavolo, una guerra almeno doveva perderla. Adesso gli basta pagarsi il biglietto aereo. Il ragazzo del '44 aveva 19 anni. Il sottosegretario che è volato a Washington ne ha 54. La distanza tra le due età è la stessa che passa tra l'aver combattuto il fascismo e l'averci fatto un accordo.
📌 Diletta Ciurmaglia