Diletta

Diletta Ciurmaglia

• diletta • 4 min

Spazzati via

La musichetta parte al primo squillo, quella finta orchestra d'archi compressa in un file da due kilobyte che gira in loop da vent'anni, e dopo la musichetta arriva lei: la voce sintetica del numero verde, gentile come sa esserlo solo una cosa che non esiste. Mi chiede il numero della tessera. Glielo detto. Non ha capito. Me lo richiede. Glielo ripeto, scandito, sillaba per sillaba, come si fa con un bambino o con un ubriaco. Niente. Al terzo tentativo la voce decide, con la stessa dolcezza imperturbabile, di riportarmi al menu principale — premere uno per, premere due per — e il cerchio ricomincia da capo, identico, eterno, un girone dantesco arredato da un ufficio marketing.

Dovevo solo smaltire dei rifiuti speciali. Sapere dov'è l'isola ecologica, in che orari apre, cosa posso portarci e cosa no. Tre informazioni. Roba che un tempo te la dava un tizio annoiato dall'altra parte del telefono in quindici secondi, uno che magari sbuffava ma poi ti diceva guardi, è dietro il capannone azzurro, ci vada di mattina che il pomeriggio c'è solo il custode.

Riprovo dal sito del Comune, perché ci hanno insegnato che il futuro è digitale, che tutto è a portata di clic. E il sito c'è, esiste, ha pure il suo bel restyling con le icone tonde e i colori istituzionali. Ma è una scenografia. Clicco Ambiente e Territorio e finisco su una pagina bianca. Clicco Raccolta Rifiuti e mi si apre un PDF del 2019 con un numero di telefono che non risponde. Clicco Servizi al cittadino e un messaggio rosso mi informa, senza vergogna, che la pagina è in aggiornamento. In aggiornamento da chissà quando, da chissà chi, forse da nessuno, forse da un dipendente che quel lavoro l'ha lasciato tre riforme fa e nessuno l'ha sostituito.

Poi ho scritto la stessa domanda a una macchina. In secondi: l'indirizzo esatto dell'isola ecologica, gli orari, la lista precisa di cosa posso conferire e in quali contenitori. Tutto giusto. Tutto lì. Il servizio pubblico non è riuscito a fare in un'ora quello che un'intelligenza artificiale mi ha servito prima che finissi di scrivere la frase.

Ed è qui che uno si ferma e sente montare il coro. L'AI toglierà il lavoro. Lo dicono con l'aria grave, come se difendessero qualcosa di sacro, come se dietro quel numero verde ci fosse ancora un essere umano da proteggere.

Ma il lavoro, lì, era già stato tolto.

Non oggi, non dalla macchina. Anni fa, quando qualcuno ha deciso che il tizio annoiato costava troppo e l'ha rimpiazzato con una voce sintetica che gioca a dare i numeri. Quando hanno pensato che un sito con le icone tonde valesse più di un ufficio con dentro delle persone. Quello che chiamiamo "servizio al pubblico" è già un fantasma, un guscio, un morto truccato che continuano a esporre perché smontarlo del tutto costerebbe ammettere che non serviva più a nessuno. L'intelligenza artificiale non ha ucciso quel posto di lavoro. Ha solo acceso la luce sul cadavere.

E allora sì, viene la tentazione di dire spazzateli via, questi orpelli travestiti da servizi, fate largo a qualcosa che funziona. La sento anche io, la tentazione. È perfino ragionevole. È esattamente il modo in cui ragiona il sistema un attimo prima di eliminarti.

Perché "efficienza" è una parola che non ha amici. Non si affeziona. Oggi la punti contro il numero verde marcio e ti dà ragione, domani la giri e scopri che punta contro di te, contro quello che fai tu, contro l'unica cosa che sai fare e per cui ti pagano. La macchina che mi ha trovato l'isola ecologica in tre secondi è la stessa logica che troverà, in tre secondi, qualcuno più economico di me, di te, del tizio annoiato al telefono che rimpiangiamo solo adesso che non c'è più nessuno a rispondere. Ho tifato per lo sgombero. Come tutti. Applaudiamo la ruspa fino al momento esatto in cui gira verso casa nostra.

Chi ha attraversato posti dove qualcuno decideva a tavolino cosa fosse reale riconosce al volo un guscio che respira male. Il numero verde è quello. Il sito del Comune è quello. Restano in piedi per inerzia, per abitudine, perché nessuno ha il coraggio di dichiararli morti — e nel frattempo ci fanno perdere le mattine come pedaggi versati a un casello che non porta da nessuna parte.

I rifiuti speciali, alla fine, li ho portati dove mi ha detto la macchina. Dietro il capannone, di mattina. C'era un solo operaio a gestire tutto, uno vero, in carne e ossa, che mi ha indicato il cassone giusto con un cenno del mento senza smettere di fare quello che stava facendo. L'ultimo essere umano rimasto nell'intera catena. Anche lui, immagino, considerato un orpello. Anche lui, presto, un candidato allo sgombero.

Gli ho detto grazie. Non mi ha risposto. Aveva altro da spazzare.

📌 Diletta Ciurmaglia

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