Diletta

Diletta Ciurmaglia

• diletta • 8 min

Ruminanti

Al bar sotto casa c'è una televisione che si accende quando apre il locale, sta lì in alto nell'angolo come un santo di quartiere, e stamattina mentre aspettavo il caffè ho sentito partire di nuovo quel video — il rumore, intendo, perché l'audio è basso ma il montaggio lo riconosci dal ritmo, tac, tac, la vetrina, la corsa — e il tizio accanto a me ha alzato gli occhi e ha detto ancora, con una faccia che non era indignazione e nemmeno noia, era qualcos'altro, era la faccia di uno che si è seduto a tavola per la sesta volta davanti allo stesso piatto e ha ricominciato a masticare lo stesso. Perché è quello che facciamo. Non guardiamo. Ruminiamo.

Il gioielliere di Grinzane Cavour si chiama Mario Roggero e la Cassazione ha chiuso la sua storia il quindici luglio: quattordici anni e nove mesi, definitivi. I fatti sono del ventotto aprile del duemilaventuno. Cinque anni per arrivare a una sentenza, e sei giorni per macinarla nel tritacarne, dal quindici a oggi, con il video della sparatoria rimesso in circolo a ogni edizione, la corsa, gli spari alle spalle, il terzo che sopravvive. Il diciassette è entrato a Bollate. E noi lì, davanti, come davanti a un acquario.

Non vi dirò cosa penso della sentenza. Non è quello il punto e sospetto che non sia mai stato quello il punto, sospetto anzi che il punto sia esattamente farvi credere che il punto sia quello — se era legittima difesa o esecuzione, se lo Stato ti abbandona o ti protegge, se voi al posto suo, se io al posto suo. Ci pensate quanto è comodo? Ti danno una domanda a cui non esiste risposta e che tutti si sentono in diritto di dare, ti danno un uomo solo con una pistola e due morti, ti danno il video così puoi guardarlo e riguardarlo e sentirti dentro qualcosa di caldo che assomiglia a un pensiero politico ma è solo adrenalina di seconda mano... e mentre tu sei lì che ti scaldi, che discuti col cognato, che scrivi il commento sotto il post, non stai facendo nessuna delle cose che potrebbero preoccupare qualcuno.

E se per caso il tritacarne si inceppa, se per caso questo paese rischia un momento di silenzio, niente paura: arriva sempre l'altra portata. Un potente che ha detto una cosa cattiva su un altro potente. Una smorfia colta in fotografia a un vertice. Un post, una battuta, una risposta che non è arrivata e allora tutti a interpretare il silenzio, tutti esegeti, tutti vaticanisti di uno screenshot — per due giorni, per tre, con le prime pagine che stabiliscono il grado di gravità di una frase e i talk che ci costruiscono sopra la puntata. Poi passa, e nessuno se ne ricorda più, ed è quello il capolavoro: che a fine mese non ti resta niente in mano, ma il mese è passato lo stesso. Gossip. È il cortile della scuola media travestito da geopolitica, e noi ce lo beviamo perché ha la forma di una cosa importante, ha i colori delle cose importanti, sta nel posto dove di solito ci mettono le cose importanti.

E c'è una domanda che quel posto lì non si fa mai, che è poi la sola che varrebbe la pena: chi te lo sta dando, questo. Chi possiede il giornale che stai leggendo, chi possiede la rete che stai guardando — e soprattutto cos'altro possiede. Perché nessuno in questo paese fa l'editore per campare di editoria, si perde, lo sanno tutti: si fa l'editore perché tenere un giornale è un modo di stare seduti al tavolo dove si decide dell'altro, delle concessioni, degli appalti, dell'energia, delle grandi opere. E allora il cronista che dovrebbe tirare il filo dei subappalti tira uno stipendio che nasce dallo stesso posto in cui finirebbe il filo. Non serve che qualcuno gli dica di fermarsi. Si ferma da solo, e nemmeno se ne accorge, e la sera va a casa convinto di essere un uomo libero. Questo è il conflitto d'interessi vero, non quello dei convegni: non è una legge che manca, è che il cane non morde la mano.

Ora vi dico un numero e poi lo dimentichiamo insieme, che tanto lo so come funziona.

Trecentosettanta.

Trecentosettanta persone sono morte lavorando in questo paese tra gennaio e maggio. Cinque mesi. Fa più di due al giorno, fa che mentre leggete questa frase è ragionevole pensare che ce ne sia stato uno stamattina, un'impalcatura, un muletto, un macchinario senza la protezione perché la protezione rallenta la produzione. E le denunce di malattia professionale, quelle che arrivano dopo, quelle lente, quelle che ti mangiano i polmoni in vent'anni, sono cresciute del sedici virgola sette per cento in un trimestre. Sedici virgola sette.

Adesso guardiamoci. Sappiamo i nomi dei due rapinatori uccisi a Grinzane Cavour, li abbiamo letti, li abbiamo pronunciati, li abbiamo usati per litigare. Di quei trecentosettanta non sappiamo un cazzo. Non un nome. Non uno. Sono una riga in un report dell'Inail che esce ogni tre mesi e che nessuna televisione rimette in loop, perché non c'è il video, capite, non c'è il montaggio, non c'è la vetrina che si rompe, c'è solo un uomo di cinquantatré anni caduto da quattro metri in un cantiere di provincia alle sette e mezza di mattina e una ditta che quella sera ha continuato a fatturare. Non è spettacolo. È aritmetica. E l'aritmetica non fa audience, l'aritmetica non ti fa litigare col cognato, l'aritmetica ti chiederebbe di guardare a chi conviene, di seguire il filo dei subappalti, di dire dei nomi che hanno un ufficio e un avvocato — e allora meglio il gioielliere, meglio la lite fra due potenti, meglio la ruminazione infinita di due o tre bocconi già digeriti da settimane, che almeno tiene la bocca occupata.

E adesso la parte che mi fa più male, quella che ho verificato su di me prima che su di voi. Quando ho scritto trecentosettanta, poco fa, qualcosa in voi si è chiuso. Non indignazione. Fastidio. Quel piccolo scarto della testa di chi sente arrivare la predica, di chi ha già capito dove va a parare il discorso e vorrebbe tornare al video della vetrina, che almeno lì succede qualcosa. Lo so perché l'ho sentito anch'io mentre lo scrivevo, quel vabbè, quella stanchezza preventiva. E questo è il danno vero, altro che l'ora di televisione buttata: non ci hanno reso ciechi, ci hanno reso scocciati. Un morto sul lavoro è diventato un genere letterario noioso. Trecentosettanta morti sono una tabella, e le tabelle si saltano.

Non è censura. La censura è roba da dilettanti, la censura lascia il buco e il buco si vede. Questa è saturazione: non ti tolgono niente, ti danno tutto, ti danno lo stesso identico tutto quattordici volte al giorno finché la tua capacità di stare su un pensiero per più di novanta secondi non si atrofizza come un muscolo ingessato — e i muscoli ingessati non fanno male, questo è il punto, non ti accorgi di niente finché non provi a usarli. Provateci. Provate a tenere in testa la parola subappalto per tre minuti di fila senza che vi scivoli via. Provate a discutere di come si finanzia una sanità pubblica senza che dopo venti secondi qualcuno tiri fuori un aneddoto, una faccia, un caso singolo, qualcuno a cui è successo — perché ormai ragioniamo solo per casi singoli, solo per volti, solo per storie con un colpevole dentro l'inquadratura. Un problema strutturale non ha una faccia da odiare. E se non ha una faccia da odiare, per noi non esiste più. Abbiamo disimparato il plurale.

Dieci anni di questa dieta e ti ritrovi un paese che sa discutere solo di ciò che gli viene passato, con le parole che gli vengono passate, nei tempi che gli vengono concessi — e che scambia la propria irritazione per spirito critico. E il bello, il bello vero, quello che mi fa una rabbia che non so dove mettere, è che non serve nemmeno un regista. Nessuno si riunisce in una stanza a decidere. È il mercato, è l'engagement, è che il video del gioielliere rende e il report dell'Inail no, ed è tutto qui, è una cosa stupida e automatica e perfetta come la digestione.

E adesso arriva il momento in cui dovrei dirvi cosa fare, e non ve lo dico, perché non lo so e perché chi ve lo dice vi sta vendendo qualcosa. Servirebbe una rivoluzione culturale. Ecco. L'ho scritto, e mi fa schifo scriverlo, perché è la frase più da convegno che esista, quella che si dice quando si è capito che il problema è troppo grosso e ci si vuole andare a mangiare. Però è vero lo stesso. Non c'è una legge che ti restituisce l'attenzione. Non esiste il ministro che ti rimette in circolo la capacità di stare venti minuti su una cosa difficile e noiosa e senza colpevoli. Non si riforma per decreto quello che a un popolo sembra interessante — e il guasto è tutto lì, nel sembrare, non nelle regole. Dovrebbe cambiare cosa ci annoia. Dovrebbe tornarci il fastidio giusto, quello per la tabella saltata, non quello per chi la cita.

E non succederà. O succederà per conto suo, tra vent'anni, per esaurimento, come finiscono le mode e le febbri — e non sarà merito di nessuno.

Io intanto l'ho guardato. Il video l'ho guardato pure io, la prima volta, e poi l'ho guardato di nuovo. Ho ancora il segno.

Il tizio del bar ha finito il caffè, ha messo la tazzina sul bancone, ha guardato ancora un secondo lo schermo con la vetrina che si rompeva per la sesta volta, e se n'è andato al lavoro. In un cantiere, mi ha detto la barista. Senza casco, ho pensato io. Non gliel'ho chiesto.

📌 Diletta Ciurmaglia

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